Quando
seppe ciò che era accaduto ad Atena, Ares non rise.
Restò
immobile a fissare il vuoto con occhi sgranati, mentre Dioniso e Hermes sghignazzavano
come matti e gli mollavano vigorose pacche sulla schiena, pronti a nutrirsi del
divertimento che si aspettavano di vedere traboccare da ogni poro della sua
pelle. Ma lui non rise e per un paio di secondi restò così, congelato dall’incredulità
e assordato da quelle risate scimmiesche che ben conosceva e apprezzava, ma che
adesso non riuscivano in alcun modo a sollevargli gli angoli della bocca. Poi,
il ghiacciò si spaccò, il corpo sfuggì al suo controllo, bollente come metallo
appena forgiato, e con l’energia di mille carri da guerra il tracio si lanciò
tra i sentieri sfavillanti dell’Olimpo. Non si rese conto di ciò che faceva,
non rifletté sul proprio operato: la sua testa era vuota di pensieri e piena di
rabbia cieca e travolgente; il genere di collera che precede un omicidio
efferato, e che presto esplose contro la porta della fucina di Efesto.
Ares mollò
un calcio all’anta e la spalancò con un boato. Quindi entrò nel fumoso
laboratorio.
Martello
alla mano, in piedi davanti all’incudine, il fabbro lo guardò a bocca aperta:
non poteva credere a ciò che stava accadendo. Aveva forse dimenticato un’ordinazione?
Quel barbaro sconsiderato era davvero così pazzo da prendersela in quel modo per
un’inezia simile? Probabilmente sì. Del resto, quelli erano gli anni della
guerra di Troia e chi, più del Signore della Strage, avrebbe avuto il diritto
di adirarsi se un’armatura non fosse stata completata entro i termini pattuiti?
Efesto fece
per parlare, quando il guerriero emise un ringhio bestiale, afferrò uno dei
tavoli e lo scaraventò contro il muro. Il legno andò in pezzi come si fosse schiantato
contro una montagna, ferraglia d’ogni genere si sparse ovunque con fragore
metallico. Poi, Ares si fiondò sul fabbro e lo afferrò per il grembiule da
lavoro.
«MERDOSO D’UNO STORPIO!» gridò,
sollevandolo in aria e schiacciandolo contro il muro, il volto rosso d’ira, le
pupille minuscole come granelli di carbone in un mare d’ambra luccicante. «Come hai osato fare una cosa del genere?
Come cazzo ti sei permesso?»
Efesto
lasciò cadere il martello e afferrò istintivamente le grosse braccia del tracio,
tentando di liberarsi. Il modo in cui questi lo premeva contro la pietra gli
schiacciava i polmoni, impedendogli di respirare. «A…res! C-cosa…?»
«Sai bene cosa hai fatto!» ruggì il
guerriero. «Tutti parlano della soddisfazione che ti sei preso!»
Il fabbro
tossì, emise una specie di gorgoglio e tossì di nuovo. «N-non so di cosa parli!
Dico davvero!»
«ATENA!» gridò lui, scuotendo
l’avversario così forte da fargli battere i denti. «Ecco di cosa parlo!»
«At-»
Efesto tossì di nuovo. «Io non…»
Ares mollò
il poveretto che, zoppo com’era e preso alla sprovvista, subito si accasciò a
terra. Lo guardò con disgusto, afferrò la stampella appoggiata al ceppo
dell’incudine e gliela gettò addosso. «Alzati, pezzo di sterco!» esclamò. «E
smettila di mentire.»
Efesto si
aggrappò alla stampella e si tirò su, l’espressione ora più infastidita che
spaventata. Da anni era abituato a sopportare i familiari – che non si facevano
alcuno scrupolo a deriderlo appena si presentava loro l’occasione – ma il modo
in cui il guerriero lo stava trattando andava ben oltre alle semplici risatine
che era abituato a ricevere alle proprie spalle, e cominciava a innervosirlo.
«Cosa vuoi
che ti dica, Ares?» domandò guardandolo negli occhi. «Se non ti decidi a
spiegarmi qual è il tuo problema puoi anche andartene perché, a differenza tua,
io ho molto lavoro da fare.»
«Non t’azzardare a usare questo tono con me!»
gridò il tracio scagliando a terra una cassetta piena di tenaglie. «Sono l’ultima persona con cui ti conviene
fare lo stronzo!»
«Perché
sei arrabbiato? Dimmi cos’ho fatto, invece di sfasciarmi la fucina!»
Ares digrignò
i denti in una smorfia feroce. «Hai tentato di stuprare Atena!» gridò.
«Stuprare,
io? Oh, no! Non è così che è andata! È stato tutto un malinteso!» Efesto alzò
entrambe le mani e si strinse nelle spalle, il volto segnato da rughe di
dispiacere sincero. «Qualche giorno fa, Atena mi commissionò un’armatura nuova e
io le dissi che non volevo oro da lei, ma che mi sarei assunto l’incarico per
amore. Fu una sciocchezza detta così per dire, è ovvio. Sapevo che non avrebbe
mai ceduto la sua preziosa verginità al Dio più brutto e deriso dell’Olimpo. Ma
poi Poseidone mi rivelò che lei aveva deciso di concedersi a me e che persino
Zeus approvava la nostra unione. Mi disse che era troppo pudica per ammettere
la voglia che le ardeva dentro e che, perciò, spettava a me farmi avanti. Non
mi aveva mai mentito prima, Poseidone, così mi fidai di lui, come un povero
stolto! E quando Atena tornò per ritirare l’armatura, be’… tentai di fare
l’amore con lei e non mi accorsi subito che non voleva, perché pensai fosse
timida. Ma non l’ho stuprata! Non ho mai neppure pensato di farlo! Sia io che
lei siamo stati vittime di uno scherzo crudele. Questo è ciò che è successo.»
«SO BENE COS’È SUCCESSO!» Ares mollò un
calcio a una delle tenaglie cadute a terra, scaraventandola dall’altra parte
della fucina. «Hai tentato di scopartela
ma non ci sei riuscito, perché lei si dimenava, e nella foga le hai sborrato
sulla coscia!»
Efesto
rimase interdetto: aveva sospettato che l’incidente con Atena fosse ormai di
pubblico dominio, ma il fatto che tutti gli Dei sapessero che l’abbraccio con
la Pallade l’aveva portato a una rapida eiaculazione gli scatenò un grande
imbarazzo. «Atena è molto bella» disse con un sospiro stanco. «Chiunque al mio
posto avreb-»
«Chiudi quella cazzo di bocca!» gridò
Ares, il dito puntato contro di lui. «Zoppo
maledetto! Le hai sborrato sulla coscia! Meriteresti d’essere evirato per ciò
che hai fatto!»
«Perché
t’infuri?» Le spesse e scure sopracciglia di Efesto quasi si toccarono sopra al
naso in un cipiglio d’incomprensione. «Tu odi Atena.»
«Certo che
la odio! Non la sopporto e neppure lei sopporta me!»
«Allora
perché ti arrabbi in questo modo?»
Ares prese
a camminare avanti e indietro come una pantera in gabbia, i muscoli gonfi, le
narici che soffiavano aria rovente, gli occhi spalancati e cerchiati dal furore.
Non sapeva cosa rispondere, non ricordava com’era finito in quella surreale
situazione in cui tutto gli sembrava sbagliato a cominciare dalla collera che
lo stava facendo bruciare come una gigantesca pira. Emise un grugnito, scosse
la testa, si passò la mano sul volto sudato, continuando a sfilare nervosamente
davanti alla forgia.
«Se non
fossi certo dell’odio che nutri per Atena, direi che sei geloso di lei» disse
Efesto, seguendolo con lo sguardo.
«Io la odio, quella puttana!» Ares si
girò di scatto verso il fabbro. «Geloso di lei? Io? Devi aver preso troppe botte al cervello rotolando giù
dall’Olimpo, orrido storpio!»
«Eppure ti
sei precipitato qui, neanche fossi suo marito. Ma a dire la verità, non m’interessa
sapere cosa ti passa per la testa.»
«Ecco,
bravo. Fai bene a farti i cazzi tuoi.»
Efesto
rivolse all’amante di sua moglie un sorriso affilato, di chi sta per infilare
il dito nella piaga con sadico piacere: ormai aveva scoperto qual era il
segreto che nascondeva, e desiderava approfittare dell’occasione per vendicarsi
di lui. «Ma forse a te interessa sapere cosa si prova a sborrare su Atena. Sai
com’è, al momento questa bella sensazione la conosco solo io.»
Ares sentì
una vampata salirgli dal petto fino alla punta dei capelli: fuoco puro,
insopportabile, che gli contrasse il volto in un’espressione selvaggia. Odiava
Efesto per ciò che gli stava facendo, ma ancora di più odiava se stesso per
l’insensata gelosia che provava nei confronti di Atena; quella gelosia che non
riusciva in alcun modo a nascondere e che gli stava costando una pesante
umiliazione.
Ruggì e scaricò
il pugno contro il muro. Crepe nere simili a folgori si diramarono dalle sue
nocche e corsero tra le pietre, assottigliandosi fino a scomparire nella
tenebra fuligginosa. Il dolore alla mano non lo appagò, la rabbia non si spense
perché un suo personale equilibrio – del quale fino ad allora aveva ignorato
l’esistenza – era andato perduto per sempre, e nulla avrebbe potuto cambiare
quel fatto.
Riafferrò
per il grembiule il fabbro – che ora lo guardava incredulo – e lo tirò a sé con
uno strattone. Lo fissò dritto nelle pupille, respirandogli addosso e
detestando ogni molecola del suo corpo curvo e tozzo; quel corpo che aveva osato
stringere Atena in un abbraccio sessuale e sporcare la sua bianca pelle di
sperma. Quanto gli sarebbe piaciuto spaccare tutte le ossa a quel miserabile! Quanto
si sarebbe divertito a trasformare la sua carne lussuriosa in una poltiglia
percorsa da scariche di dolore lancinante! Avrebbe goduto da morire nel
renderlo ancora più zoppo, ma anche nell’impeto dell’ira il guerriero ricordò
di avere le mani legate perché Efesto era figlio di Era, come lui. Un fratello
dello stesso grembo. E l’austera madre – che già lo sopportava a fatica a causa
della sua indole violenta e sanguinaria – non lo avrebbe mai perdonato se
avesse osato metterla in imbarazzo di fronte a Zeus e al resto della famiglia,
commettendo una simile follia ai danni del fratello. E tutto questo per cosa,
poi? Perché era geloso di Atena?
Ares mollò
Efesto spingendolo all’indietro e si lanciò fuori dalla fucina. Le sagome degli
Dei celesti gli sfrecciarono accanto come illusioni, nulla riuscì a trattenere
il suo sguardo: la furia gli alterava la mente e lo avvolgeva come nebbia fitta,
impedendogli di vedere la realtà. Passò davanti al tempio di Atena, afferrò per
il tronco uno degli ulivi che decoravano la via e lo sradicò dalla terra,
gettandolo contro le colonne frontali. Agì d’impulso, adirato anche con la Pallade
per ciò che era accaduto. Poi si voltò, frantumò con un calcio uno dei vasi di
fiori adagiati ai lati del sentiero e fece per andarsene, quando una voce di Dea
furiosa scoppiò alle sue spalle.
«Buzzurro maledetto! Smettila subito!» Atena
uscì dal tempio e si fermò sui gradini, gli occhi cerulei che splendevano come
specchi colpiti dal sole, l’elmo di bronzo in bilico sulla fronte, la dory stretta nel pugno. Era furibonda per
l’attacco che stava subendo e i luccicanti abiti da guerra la facevano apparire
più minacciosa che mai.
Il Dio la
guardò, stupito dalla sua apparizione. Aveva pensato che fosse già discesa
sulla Terra per combattere accanto all’esercito di Agamennone, ma nel vederla in
tenuta da battaglia, così bella, pulita e lucente, capì di averla incrociata
per un soffio prima del suo ritorno a Troia. Le andò incontro, rosso di rabbia,
e lei fece lo stesso, lanciandosi giù dai gradini. Nessuno dei due sapeva cosa
stava accadendo, ma entrambi sentivano la necessità impellente di far valere le
proprie ragioni.
«Eccola qua, la puttana!» gridò Ares fermandosi
davanti alla Dea. Non la sfiorò con un dito, come se tra loro fosse sorta
un’invisibile barriera, e incombette su di lei coprendola d’ombra.
«Che ti salta in mente? Qui non siamo a
Troia!» Atena picchiò l’estremità inferiore della dory contro il lastricato di pietra, il rumore causato dal colpo si
propagò come un tuono soverchiando per un istante la sua voce. Sentiva le dita
pizzicare dalla voglia di spaccare il naso al fratello; un impulso che stava
mettendo a dura prova la sua capacità di autocontrollo. «Ci sono delle regole
da rispettare, razza di barbaro incivile! Non puoi devastarmi la casa solo
perché gli uomini di Ettore stanno perdendo!»
«Che cazzo me ne frega di Ettore!»
rispose Ares dando in escandescenze. «Credi sia una questione di guerra? Di
schieramenti?»
«Certo che
sì!» rispose Atena, sempre più innervosita. «Nessun altro Dio caro ai Troiani
sarebbe così arrogante e pazzo da attaccarmi sull’Olimpo, a parte te!»
«Troia non c’entra nulla! Sei tu il problema!»
«Di che
stai parlando?»
«Di’ la
verità! Ti è piaciuto farti sborrare addosso da Efesto!»
Un lampo
di sgomento sincero attraversò il viso di Atena. Era consapevole del fatto che
i familiari stessero ridendo di lei – chi più, chi meno – per lo scherzo di cui
era caduta vittima insieme al fabbro, ma fino a quel momento nessuno aveva
osato parlarle apertamente della vicenda, e men che meno lo aveva fatto
scegliendo termini così brutali. Ma Ares non era là per deriderla. Non c’era
alcun sorriso tronfio sulla sua faccia, neanche un misero accenno di
soddisfazione. E che dire dello sfacelo che aveva fatto davanti al tempio? Un
gesto frutto di una rabbia prorompente al quale Atena, ora, non riusciva più a
dare un significato.
«Non
voglio parlare di ciò che è accaduto» disse la Dea sforzandosi di non abbassare
lo sguardo e di tenerlo fisso su quello del tracio. Non aveva alcun controllo
sulla vergogna che le stava colorando le guance, ma sugli occhi sì, quelli
poteva e doveva tenerli ben alti. «Voglio sapere perché hai sradicato uno dei
miei ulivi e distrutto uno dei miei vasi.»
Ares gettò
un’occhiata all’albero che giaceva oltre alle spalle di Atena, schiantato
contro alle colonne, e a poco a poco si calmò, sprofondando in un fastidioso
imbarazzo. Che stava facendo? In che razza di trappola senza via d’uscita si
era andato a cacciare?
Guardò di
nuovo la Dea e, per un momento, gli sembrò di tornare indietro nel tempo, a
quando da ragazzino pendeva dalle sue labbra e sognava di diventare un
guerriero forte e meraviglioso come lei. L’aveva ammirata in silenzio per anni.
Numerose erano state le volte in cui, durante l’adolescenza, si era sfogato in
solitudine immaginandola nuda e innumerevoli quelle in cui, da adulto, aveva
raggiunto rapidi orgasmi sognando di violarla, di castigarla, di punirla per la
sua spocchia costringendola ad apprezzare un’arte volgare in cui lui, e non
lei, era maestro indiscusso. La odiava e la invidiava perché era la figlia favorita
di Zeus; perché era intelligente e amata dai mortali; perché vinceva in un solo
mese più battaglie di quante riuscisse a vincerne lui in un anno intero. La
odiava perché la desiderava e non riusciva a smettere di desiderarla, pur
sapendo che i loro corpi – a differenza delle armi – non si sarebbero mai
sfiorati. E a quella particolare frustrazione si era abituato, l’aveva fatta
sua rassegnandosi all’idea che dalla Dea non avrebbe avuto mai nulla, a parte
freddezza e disprezzo. Ma ora non riusciva più a rassegnarsi e a farsi bastare
l’odio, perché Efesto aveva condiviso un’esperienza unica e intima con lei, e
lui, che l’odiava e l’amava da centinaia di anni, era rimasto a bocca asciutta,
solo con la propria inconfessabile gelosia e la sensazione d’aver perduto per
sempre qualcosa d’importante.
Atena, che
riusciva a leggere dentro al guerriero più di quanto lui immaginasse, provò
disagio nel vederlo così turbato. Sguardi particolari al suo corpo – scoccati
quand’era sicuro di non essere visto o quand’era semplicemente sovrappensiero –
l’avevano indotta a sospettare che fosse ancora infatuato di lei, come lo era
stato da ragazzino e forse addirittura di più, ma quel pensiero le era sempre
sembrato troppo inverosimile e ridicolo da meritare un approfondimento. Alla
luce dei nuovi fatti, però, la Pallade sentiva di non avere più alcun dubbio a
riguardo, ma solo una sconvolgente certezza che non sapeva come gestire.
Alzò con eleganza
il braccio. La fida civetta scese rapida dal cielo e si posò sulla sua mano.
«Non ho
tempo per le tue sciocchezze, devo tornare a Troia» disse con fretta e
imbarazzo evidenti. Quindi superò il tracio e si allontanò.
Ares la
seguì con lo sguardo finché la vide sparire tra i templi, poi si fissò la mano:
le nocche erano lucide d’icore e sporche della fuliggine che copriva il muro
della fucina di Efesto; quella stessa fuliggine che doveva aver lordato le pallide
cosce di Atena, mentre il fabbro la stringeva e palpava con dita nere, arrapato
come una bestia in calore.
Il Signore
degli Opliti ringhiò e sferrò uno, due, tre pugni all’aria. Poi si allontanò a grandi
falcate. Aveva bisogno di combattere e uccidere, e ne aveva bisogno ora.
Sotto alle
mura di Troia, i soldati di Agamennone e quelli di Ettore si schiantavano gli
uni contro gli altri in una mischia feroce tutta polvere e grida. Ovunque
risuonava il rumore metallico delle spade, fasci di lance dalle punte di bronzo
fendevano l’aria conficcandosi negli scudi avversari con boati tremendi. L’aria
odorava di terra, sudore e sangue. I feriti cadevano in ginocchio, rotolavano
sulla schiena, si contorcevano in preda al dolore, mentre i compagni calavano
le armi sui nemici, che subito alzavano gli scudi per proteggersi.
Vestiti di
armi e luce, gli Dei celesti combattevano in sostegno dei loro eroi prediletti
falciando quanti più avversari possibili. Dalle mura della città, Apollo e
Artemide scoccavano frecce letali che colpivano gli opliti di Agamennone al
volto, alle gambe, al cuore, concedendo ai Troiani spazio per avanzare. Al
centro della piana, nella tempesta di spade, Atena guerreggiava coprendo le
spalle al prode Diomede, mentre più avanti Ares trapassava con la dory i soldati achei da parte a parte, li
sollevava in aria ruggendo e li scaraventava dietro di sé. La sua bronzea
armatura – una corazza di manifattura divina la cui forma riproduceva i muscoli
del torace – riluceva come oro battuto, il pennacchio nero si scuoteva al ritmo
delle uccisioni forsennate. Non indossava lo scudo: in una mano reggeva la
lancia, nell’altra la spada, e le alternava senza alcun criterio, ricevendo a
ogni attacco schizzi di sangue sull’elmo calato in protezione del volto. Gli
uomini non riuscivano a schivarlo né a contrattaccare. La sua lama penetrava
nella carne fino all’elsa, il duro legno della dory correva dentro di loro sfondando ogni organo, tendine, osso.
Nessuno crollava al suolo ferito. Il Dio barbaro massacrava ogni nemico di
Troia con furia assassina, e lo scaraventava nell’Ade prima che le sue membra toccassero
terra e l’armatura risuonasse sopra di lui.
Atena
s’accorse che il fratello era più brutale del solito e la cosa la preoccupò: la
sua ira stava avvantaggiando i Troiani. Per recuperare terreno, infuse nel
cuore di Diomede vigore e coraggio, donò divina lucentezza alla sua corazza,
all’elmo e allo scudo che ora, più che di metallo, sembravano fatti di fiamma.
Voleva che il guerriero apparisse invincibile agli occhi dei compagni, che si
ricoprisse d’onore e conducesse l’esercito acheo alla vittoria.
Rinvigorito
nell’animo e ripulito d’ogni stanchezza, Diomede sterminò decine di Troiani
trascinando dietro di sé gli uomini di Agamennone, ma s’arrestò quando vide due
soldati di Ettore – in piedi su un carro trainato da destrieri neri – puntare
dritti verso di lui, le lance sollevate e pronte a colpirlo. Si chiamavano
Fegeo e Ideo ed erano figli di Darete, sacerdote devoto a Efesto; due Troiani
valorosi in cerca di gloria che, lanciati a tutta velocità contro il re di
Argo, per un momento mozzarono il fiato ad Atena.
Fegeo attaccò
per primo, la sua lancia sfrecciò sopra alla spalla sinistra di Diomede,
mancandola. L’argivo non mostrò alcun timore. Tese i muscoli, scagliò la dory e trafisse l’avversario al cuore,
buttandolo giù dal carro. Terrorizzato dalla morte del fratello, Ideo saltò a
terra e tentò di fuggire, mentre l’acheo, impetuoso come un torrente in piena,
recuperava l’asta dal cadavere e si preparava ad attaccare di nuovo. Atena
assistette alla scena con sguardo orgoglioso, guidando a distanza la mano
dell’eroe affinché non sbagliasse il colpo. Ares si girò verso i due e alzò la
lancia per colpire Diomede, ora vicinissimo al troiano; l’odiato Diomede che
godeva delle simpatie di Atena; l’odiato Diomede che nella mischia della
battaglia gli sfuggiva sempre, rapido come un pesce. Ma prima che la dory volasse dalla mano del tracio, una
figura lucente – che fino a quel momento aveva assistito agli scontri dalla
vetta dell’Olimpo – piovve dal cielo interponendosi tra i due combattenti.
Era
Efesto.
Mosso da
compassione per il vecchio sacerdote a lui devoto, che in un solo giorno rischiava
di trovarsi a piangere sui cadaveri di entrambi i figli, il fabbro cinse Ideo tra
le braccia e lo avvolse in una nube d’ombra nera. Pur trovandosi a fronteggiare
un Dio, Diomede non si fermò. Mirò alla testa del troiano e scagliò la lancia con
tutta la forza che aveva in corpo, ma essa attraversò la tenebra a vuoto,
diradandola come se un’enorme bocca vi avesse soffiato sopra. Il re emise un
grido di frustrazione: il troiano era scomparso insieme al Dio. Volatilizzato. Non
potendo fare altro, a parte incassare quella piccola sconfitta, Diomede recuperò
la dory e si allontanò mescolandosi
ai compagni.
Irritata
come se qualcuno le avesse tolto il boccone di bocca, Atena picchiò la lancia a
terra. Anche Ares si scosse tutto, in preda al nervoso, e imprecando calò l’arma.
L’apparizione di Efesto lo aveva distratto e ormai colpire Diomede era
impossibile: grazie alla luce che emanava, l’eroe era ben visibile sulla piana,
ma adesso i soldati di Agamennone gli offrivano protezione mantenendosi ben stretti
intorno alla sua figura. Scagliare la lancia così lontano gli avrebbe dato ben
poca soddisfazione, perché a finire al cospetto di Caronte sarebbe stato l’ennesimo
insignificante mortale o, nel migliore dei casi, due insignificanti mortali.
Come al solito, doveva attendere un’altra occasione per squarciare la testa o
infilzare gli intestini a quel maledetto sbruffone. Del resto, le circostanze
non gli lasciavano altra scelta.
Ares sputò
a terra e riprese a combattere, mentre intorno a lui i Troiani indietreggiavano,
inciampavano, si accasciavano al suolo colpiti a morte dagli Achei. L’impresa
di Diomede e il modo in cui, per volere divino, scintillava dalla testa ai
piedi avevano sollevato l’animo dei soldati di Agamennone e annientato quello
degli uomini di Ettore, che ora faticavano a tenere le file serrate.
Sentendosi
d’un tratto solo nella battaglia, Ares guardò Apollo e Artemide che sopra alle
mura si affaccendavano incoccando e scoccando una freccia dopo l’altra, le
bocche tese in smorfie di sforzo. I loro colpi, pur uccidendo con precisione,
non riuscivano ad arrestare l’avanzata achea, perché i Troiani si muovevano qua
e là in preda al panico offrendo ai nemici terreno prezioso.
Merda!
Continuando
a battersi e a lordarsi di sangue, il tracio sacrificò parte delle proprie
energie per guidare le armi dei soldati di Ettore. Le punte di bronzo delle
lance, forgiate e lucidate dai fabbri troiani, fracassarono decine di corazze
avversarie. Le spade tagliarono le gole versando sui corpi e sulla terra
scrosci di sangue fresco. Sostenuti nell’animo dal Dio della Guerra Truce, i
sudditi di Priamo si ricompattarono e ripresero ad avanzare, sforzandosi di
tenere a bada il terrore che nutrivano per Diomede, l’eroe lucente che stava sterminando
i loro compagni. La battaglia poteva offrire ancora molto e Ares fece del suo
meglio per farla proseguire, ma non per amore dei Troiani, quanto per mera
necessità personale. Aveva bisogno di sbudellare, sgozzare, ammazzare. Aveva
bisogno di scaricare la frustrazione accumulata a causa di Efesto – quel
mentecatto che aveva pure osato presentarsi a Troia, mandando all’aria il suo
tentativo di uccidere Diomede – e soprattutto aveva bisogno di dimostrare ai
familiari il proprio valore. In particolar modo ad Atena.
La Pallade
lo guardò, ferma in mezzo alla mischia, e si sorprese nel vedere con quanta destrezza
stesse ricompattando l’esercito troiano, massacrando al contempo gli uomini di
Agamennone. Ancora qualche minuto e la battaglia sarebbe tornata al punto di
partenza, e questo lei non poteva assolutamente permetterlo. S’incamminò dritta
tra i soldati evitandoli senza difficoltà, mentre la guerra violenta scuoteva
la terra, e presto raggiunse il fratello.
Ares
pugnalò alla schiena un soldato acheo, si girò e trasalì nel trovarsi di fronte
la Dea. I suoi occhi glauchi splendevano tra le feritoie dell’elmo come gocce
di rugiada congelata; occhi bellissimi e terribili, fissi su di lui. Il
guerriero avvertì l’impulso di alzare la spada per attaccare per primo,
quand’ecco che Atena si sollevò l’elmo e lo spinse all’indietro, scoprendosi il
viso. Allora, Ares capì che non era venuta a cercare uno scontro: la sua
espressione era fredda, ma non ostile.
«È giunta
l’ora di farci da parte» disse la Dea sfilando la lancia dalla mano del tracio
senza alcuna difficoltà, e gettandola a terra insieme alla propria. «Questa
sciocca guerra che ci stiamo facendo l’un l’altro sta rendendo collerico il
nostro illustre padre. Lasciamo che Achei e Troiani si conquistino la vittoria
con le proprie forze ed evitiamo la furia del Cronide. È la cosa più saggia da
fare.»
Incredulo,
Ares rimase fermo, mentre con dita sicure Atena gli toglieva di mano anche la
spada e la lasciava cadere al suolo. Gonfiò il petto e aprì la bocca per
protestare, per dire che le cose non erano affatto così semplici, che lui non
poteva abbandonare i Troiani come lei non poteva abbandonare gli Achei, ma tutto
il suo impeto si sciolse in un mare di dolce sorpresa appena Atena lo prese per
mano.
Era da
secoli che lui e la Dea non si toccavano, se non attraverso le armi.
«Vieni.
Andiamo a riposarci un po’…» disse la Pallade, evitando per pudore lo sguardo del
guerriero mentre con delicatezza lo tirava per il braccio, guidandolo fuori
dalla mischia.
Ares si
lasciò condurre, docile come un agnello, le orecchie che ora non sentivano più
alcun suono a parte il soffice rumore dei passi di Atena, dell’armatura che
scricchiolava sopra alla sua veste, del lino candido che rimbalzava sulle caviglie.
La realtà che lo circondava sembrò rallentare la sua corsa. I soldati che si
ammazzavano l’un l’altro si fecero sempre più lontani ed evanescenti, come
spettri di un sogno ormai sgretolato. Le spade brillanti, gli scudi sporchi di
terra, gli elmi schizzati di sangue, le lance che volavano e si conficcavano
nelle corazze… Niente, in quella dimensione ovattata e rallentata, riuscì a
conquistare l’attenzione del tracio: i suoi occhi erano pieni del bel viso di
Atena e, in essi, non c’era posto per null’altro.
Stupefatti,
Apollo e Artemide gridarono il nome del fratello dalle mura di Troia,
continuando a scoccare frecce contro gli uomini di Agamennone. Sapevano che l’assenza
di Ares sarebbe costata cara ai Troiani. Ma lui non li udì. Intravide a
malapena, con la coda dell’occhio, l’aurea figura di Diomede che ora stava rilanciando
i compagni contro l’esercito di Ettore, spingendolo di nuovo a indietreggiare.
Atena lo
aveva preso per mano.
Tutto il
resto del mondo poteva aspettare.
Scesero
lungo la piana fino a raggiungere le rive dello Scamandro. Un tappeto di erba fitta
e fiori selvatici ricopriva la terra, che ora odorava di fresco e non di sangue
rappreso. Alberi solitari si ergevano a un cubito dall’acqua specchiandosi
sulla sua liquida superficie. Il fiume scorreva pigramente con un rilassante
sciacquio, il fragore della guerra risuonava distante come un sottofondo che
non merita considerazione. Non c’era nessuno, in quella verde e silenziosa striscia
di terra ai piedi di Troia, a parte i due figli di Zeus e qualche libellula
sopra il pelo dell’acqua.
Ferma
sulla sponda, Atena si girò verso Ares e gli sfilò l’elmo. Il tracio la lasciò
fare, l’espressione rapita, il cuore che batteva forte sotto alla corazza,
l’aria fresca che ora gli soffiava sul viso sudato insieme al profumo della
Dea; odore di oli floreali da bagno e bronzo scaldato dal sole.
Atena lasciò
cadere l’elmo a terra, riprese il guerriero per mano e lo tirò giù, sedendosi
insieme a lui sull’erba. Poi, piegò le gambe e si abbracciò le ginocchia, lo
sguardo rivolto allo Scamandro che indolente serpeggiava verso ovest,
allungandosi in direzione del mare.
«Sei
migliorato» disse.
Ares ebbe
come un fremito: non poteva credere a ciò che aveva appena udito. «Mi stai facendo un complimento? Tu?» domandò.
«Non è un complimento, bensì un dato di fatto»
rispose Atena, senza scomporsi. «Rispetto a un tempo sei diventato più forte e
veloce. O forse combatti meglio quando sei adirato. Chissà.»
«Oggi è
una giornata di merda.» Ares strappò un ciuffo d’erba e lo scagliò di fronte a
sé. «Quello stronzo d’uno storpio sta facendo il possibile per rompermi i
coglioni. È evidente che stamattina non l’ho spaventato abbastanza!»
«Che
significa?» La Dea si voltò a guardare il tracio, stupita. «Cosa hai fatto
stamattina?»
«Gli ho
sfasciato un po’ di cose.» Lui scrollò le spalle con fare menefreghista. «Se lo
meritava.»
«Per ciò
che mi ha fatto?»
«Certo!»
Le iridi di Ares si accesero. «Quel
merdoso ti ha sborrato addosso! Che avrei dovuto fare? Ridere della sua
impresa come stavano ridendo tutti?»
«Non ho
bisogno di essere difesa da te» disse Atena, alzando il mento con atteggiamento
superiore. «Hai forse dimenticato chi sono?»
«E tu hai
dimenticato chi sono io?» la incalzò lui fissandole ora gli occhi, ora le
labbra. «Poco fa mi hai preso per mano. Tu, che mi detesti.»
«L’ho
fatto per salvarti da te stesso.» La Dea arrossì lievemente e tornò a guardare
il fiume, le braccia incrociate sopra alle ginocchia. «Sei così preso dalla
guerra che non ti rendi conto di ciò a cui tutti rischiamo di andare incontro.
Nostro padre è furibondo per il modo in cui la famiglia è divisa tra Achei e
Troiani.»
«Se volevi
salvarmi significa che ti sto a cuore. E io non credo che sia così.»
«Non dire
sciocchezze.» Atena si rigirò. «Sei pur sempre mio fratello.»
«Questo
non significa nulla.»
La Dea afferrò il guerriero per il bicipite, forte. Un contatto
che scatenò ad Ares un brivido su tutto il corpo. «Non dire sciocchezze» ripeté.
«E smettila di essere geloso di me. Ti ricordo che anche tu mi detesti.»
«Avrei voluto essere stato io…» mormorò Ares contemplando la rosea
bocca della Pallade in uno stato di erotica fascinazione.
Lei
aggrottò le sopracciglia, confusa da quelle parole.
«…a
sborrarti addosso…»
Atena
ritirò la mano di scatto, come se una vipera avesse tentato di morsicarla. «Fai schifo!» esclamò indignata. «Fate tutti schifo voi maschi!»
Ares
rimase fermo per un istante, come non riuscisse a realizzare di aver davvero
trasformato quel pensiero segreto in voce. Arrossì violentemente e guardò
altrove, la mano che ora scuoteva i capelli agitata dal disagio, il torace che
sembrava bruciare sotto all’armatura. Si schiarì la gola e, oltre alle ciocche
di capelli che ora gli cadevano sulla fronte, lanciò uno sguardo furtivo alla
Dea. Ormai era fatta, non poteva tornare indietro. Ma nel vedere quanto i muscoli
di lei si fossero irrigiditi e il volto riempito d’un rossore grazioso, il
guerriero smise di sentirsi in imbarazzo e cominciò a sentirsi incredibilmente
forte. Nata dalla testa di Zeus, Atena era incapace per natura di gestire
qualsiasi genere di dinamica sessuale e l’attrazione erotica che lui nutriva nei
suoi confronti la metteva in grande difficoltà, e questo a lui piaceva perché gli
permetteva di dominarla, di schiacciarla sotto di sé in una condizione di evidente
inferiorità, di sentirsi finalmente e completamente superiore a lei, almeno
fuori dal campo di battaglia.
«È vero»
disse, sorridendo con arroganza. «Ti odio, ma ti scoperei volentieri.»
Atena gli
scagliò un’occhiata furiosa e scioccata insieme. «Se ti azzardi a toccarmi con un solo dito, giuro che ti faccio a pezzi
con le mie stesse mani.»
«Sei tu
quella che ama toccare.» Ares alzò un sopracciglio con fare malizioso. «Ti
sarebbe bastato chiamarmi per nome, ma hai scelto di prendermi per mano.»
«Smettila
con queste stupidaggini, stai diventando noioso» sbuffò Atena, poi schiaffò il
palmo della mano sulla corazza del guerriero e lo spinse giù, nervosa come un
padrone che mette in castigo il cane.
Ares la
lasciò fare anche questa volta e si trovò disteso sull’erba. Afferrò la mano
della Dea un attimo prima che lei la ritirasse e col pollice le accarezzò le
nocche, piano. Atena lo guardò infastidita ed era già pronta a strattonare il
braccio all’indietro, quando lui la lasciò andare.
«Ogni
volta che mi guardi mi sento un ratto pulcioso.» Ares incrociò le braccia
dietro alla nuca, lo sguardo serio, ora rivolto al cielo azzurro e senza
nuvole. «Non mi guardavi così, quand’ero bambino.»
«Non eri
così, quand’eri bambino» rispose Atena, lanciando un’occhiata alle proprie
spalle: come aveva immaginato, Diomede e gli Achei stavano facendo strage dei
Troiani, ora indeboliti dall’assenza del Dio sterminatore. Si concesse un
minuscolo sorriso, poi tornò a fissare il fratello, seria. «Le cose cambiano.»
Ares la
guardò, l’espressione malinconica, quasi supplice. «Dimmi ancora una volta che
sono migliorato…»
Atena
sentì la tensione sciogliersi, i muscoli farsi più leggeri: mai avrebbe creduto
che il Signore del Massacro covasse nel cuore un simile bisogno di
approvazione; della sua approvazione.
E com’era accaduto a lui, quando poco prima di scendere a Troia l’aveva fronteggiata
davanti al tempio, anche a lei sembrò di tornare indietro di secoli, agli anni
in cui l’aveva tenuto affettuosamente sotto alla propria ala dandogli lezioni
di strategia militare e combattimento affinché diventasse un Maestro della
Guerra; anni che non avrebbe mai potuto dimenticare, qualsiasi cosa fosse
accaduta tra loro.
Gli scostò
i capelli dalla fronte, con le nocche scivolò sulla sua guancia ruvida.
«Sei
migliorato» disse.
Il
guerriero non sorrise: era rapito dalla bellezza della Dea, dalla lucentezza
dei suoi occhi color ruscello, dal rossore di quelle labbra vergini di baci. «Ti voglio…» sussurrò.
Atena posò
di nuovo la mano sulla sua corazza, impedendogli di alzarsi se mai avesse
tentato di farlo. Quindi si chinò su di lui e gli baciò la fronte; un bacio
leggero come un petalo. «Questo è tutto ciò che otterrai da me» disse categorica,
guardandolo nelle pupille.
Ares emise
un lungo e lento sospiro, come avesse finalmente trovato la pace dopo anni di
tormenti. Sorrise, felice, eccitato, soddisfatto all’estremo: sapeva di essere
il primo e unico Dio che la casta guerriera avesse mai baciato, e poco gli
importava che le sue labbra gli avessero appena sfiorato la fronte. Al pari di
Efesto, anche lui aveva ottenuto qualcosa di unico e intimo da lei; qualcosa
che chiunque altro avrebbe considerato banale e inappagante, ma che per lui
aveva un valore inesprimibile.
«Ne è
valsa la pena…» mormorò ubriaco di desiderio.
«Che vuoi
dire?»
«Lasciar
morire tutti quei Troiani per venire con te in riva al fiume. Ne è valsa la
pena.»
Atena fece
una faccia stupita.
«Suvvia»
disse lui, fingendosi offeso. «Non crederai davvero che io sia così stupido. So
bene cosa sta accadendo in questo momento sotto alle mura, cosa sta facendo
quello stronzo di Diomede, quanto sangue troiano sta inzuppando la terra. “Voglio
salvarti dalla furia di nostro padre, Ares!”. Pensavi sul serio che mi sarei
bevuto una simile puttanata?»
«Be’…»
«Mi hai
portato qua solo per permettere agli Achei di sterminare gli uomini di Ettore.»
«È andata
così, non posso negarlo. Ma tu, pur sapendo cosa stava accadendo ai Troiani,
sei rimasto con me.»
«Era ciò
che desideravo.»
«Non farti
illusioni, Ares. Ciò che è accaduto oggi non cambierà le cose.» Atena guardò il
Dio con occhi duri e brillanti come gemme grezze. «Non avrò alcuna pietà di te
sul campo di battaglia.»
«Anch’io
sarò impietoso. Ti spaccherò il culo e lo spaccherò anche a quel merdoso del
tuo Diomede e a quell’altro merdoso di Agamennone. Non ho dimenticato che siamo
in guerra, come non l’hai dimenticato tu, ma non pensiamoci ora…» Il Dio prese
la mano della Pallade, se la posò sulla testa e chiuse gli occhi, le dita ora
intrecciate alle sue. «Possiamo attendere ancora un po’, prima di tornare.»
Atena restò
ferma per un momento, come indecisa sul da farsi. Si liberò dalla presa, rimase
con la mano sospesa a mezz’aria e infine la posò tra i capelli del tracio,
accarezzandoli piano. Esausto per la guerra e per le forti emozioni che
l’avevano travolto quel giorno, Ares cadde in uno stato di rilassamento
profondo e presto si addormentò. E pur avendo ottenuto ben più di ciò che
desiderava, la Dea continuò a guardarlo e a passargli le dita tra i capelli,
ritrovando sul suo volto ammorbidito dal sonno il bimbo che un tempo l’era
stato tanto caro.
«Spero
davvero che tu sia pronto» sussurrò, sfiorandogli un’ultima volta la guancia
con le nocche. Infine si alzò e se ne andò.
Anche se non ho mai trovato l'attrazione di Ares e Atena così bella, questa storia mi ha fatto ricredere: scritta benissimo, da ogni riga si evince l'odio, la passione e l'entusiasmo. È così bello che non ho parole in bocca, complimenti vivissimi
RispondiEliminaTi ringrazio tantissimo <3 Il tuo bel commento mi ha illuminato la giornata!
EliminaIl mio pairing preferito!! �� Sei stata meravigliosa! Sto leggendo anche le Baccanti, lo adoro!! ❤️
RispondiEliminaAnch'io amo Ares e Atena, sono molto interessanti come coppia "non convenzionale". Sono felice che "Le Baccanti" ti stia piacendo, ci ho messo molto cuore mentre lo scrivevo <3
Eliminac'è una seconda parte?
RispondiEliminaè splendidoooooo
questa storia è una meraviglia , la relazione tra Ares e Atena mi piace moltissimo , per favore fai una parte 2
RispondiEliminaComplimenti, adoro leggere le tue storie. Sei bravissima, è facile immergersi e perdersi completamente nel racconto! Questo racconto mi è piaciuto in modo particolare, specialmente perché la coppia Ares e Atena mi affascina molto, per certi versi mi ricordano Cathrine e Heathcliff di Cime Tempestose. Soprattutto Ares con quella capacità di amare e di odiare a 360°, in modo selvaggio e violento. Mi sono emozionata mentre leggevo! Davvero bello, bello, bello!
RispondiEliminaLei è una persona di cultura
EliminaComunque Ares si dovrebbe calmare un po', dopotutto si fa la moglie di Efesto e nessuno parla, per un EQUIVOCO per una venuta sulla coscia manco dentro, lui si infuria....
RispondiEliminaChi capirà Ares sarà bravo
Ho scoperto I tuoi racconti da poco, trovo che scrivi con semplicità seppur con dovizia di particolari e sai creare un bel pathos durante la lettura, questo racconto è il mio preferito, già riletto 3 volte, spero farai altre pubblicazioni!
RispondiEliminaQuesto commento è stato eliminato dall'autore.
EliminaGrazie dei complimenti! :) Oltre ai racconti che trovi sul blog ho pubblicato anche due libri: "Storie di Dei" e "Le Baccanti". Se t'interessano, li trovi sui principali store online o li puoi ordinare in libreria!
EliminaHo trovato molto interessante il modo creativo in cui il racconto ricontestualizza uno degli episodi più toccanti dell'Iliade. Sono felice che si torni a scrivere sui miti in modo vitale e non solo (con tutto il rispetto per Hillman e Carotenuto) psico-analitico: sono felice che gli Déi tornino a fare cultura anche grazie a lavori come questo; che tornino a generare passioni e modelli di valore; che tornino, insomma, a camminare in mezzo a noi. Grazie.
RispondiEliminaBellissimo... spero che ci sarà un seguito, adoro Atena e Ares.
RispondiEliminaEfesto e Poseidone sono da strozzare
Spero ci saranno nuovi racconti in futuro. Amo il suo modo di scrivere
RispondiEliminaMERAVIGLIOSO!
RispondiEliminaMERAVIGLIOSOOO !! Non so perché ma adoro il pensare ad un Ares bimbo (me lo sarei adottato) Una cosa, hai mai pensato di scrivere sul mito dove Ares viene rapito dai due giganti? ( si se non si fosse capito vivo per le angst di Ares 😅🥲)Comunque bellissime storie davvero <3 ☆
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